Un libro, tre protagonisti

Una delle priorità silenziose di questo lavoro è stata mostrare la società della Lombardia nel primo Trecento. Che tipo di narrazione mi conveniva utilizzare? Tra gli esempi celebri a mia disposizione, mi è sembrata più adatta la narrazione per punti di vista, la stessa adottata da George R.R. Martin nel celeberrimo A Song of Ice and Fire, la saga da cui è tratto il serial TV Game of Thrones (da dieci anni, una delle mie opere letterarie preferite).
Nei capitoli del romanzo ho quindi seguito solo uno dei tre protagonisti per volta, mostrando il mondo attraverso i suoi occhi e facendo trasparire i suoi pensieri per calare il più possibile il lettore nella mentalità (per noi spesso aliena) degli abitanti del medioevo. Altro capitolo, altro protagonista, altro Punto di Vista. Martin è stato il modello fondamentale, ma naturalmente ho dovuto adattare la sua impostazione alle mie esigenze. Le differenze principali sono due: la prima è che, laddove ASoIaF occupava migliaia di pagine e impiegava decine di personaggi Punto di Vista, io volevo concentrare i miei sforzi in uno spazio minore. E il secondo ha a che fare con i ceti sociali: in un luogo immaginario come Westeros ha perfettamente senso mettere in primo piano nobili e cavalieri lasciando il popolino sullo sfondo, ma in un romanzo storico la vita della gente comune ha altrettanto valore e interesse di quanto ne abbia quella dei potenti. Di conseguenza, per completezza, ho deciso che i miei protagonisti sarebbero stati tre: un nobile, un borghese e un plebeo.

Azzone Visconti è stato il primo che ho scelto. Erede di una grande casata nobiliare, con un carattere assai più mite della maggior parte dei signori suoi contemporanei, compensato da una

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Azzone Visconti… con qualche anno in più

ragguardevole intelligenza politica e scampato a una serie di intrighi e faide familiari, la sua storia personale era così affascinante che sembrava gridare: “Come potresti non voler scrivere un romanzo su di me?” E così, il ruolo di protagonista nobile era assegnato.

Volevo poi che una parte rilevante della narrazione avesse luogo nella città di Bergamo: dopo aver considerato per qualche tempo il giurista Alberico da Rosciate (di una decina di anni più vecchio di Azzone) e Venturino de Apibus (due anni più giovane di Azzone), ho ripiegato sul fratello di quest’ultimo, Jacopo Domenico de Apibus detto Crotto.
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Bergamo, città d’origine di Jacopo “Crotto” de Apibus; a destra la torre del Gombito.

Il personaggio storico di Crotto lasciò tracce discontinue di sé nei documenti dell’epoca: tra queste, il testamento di suo padre; un rapporto di rispetto e collaborazione con Alberico da Rosciate (nemmeno accertato al 100%); la sua vicinanza a Venturino in un grande avvenimento del 1335, una lettera indirizzata a Luchino e Giovanni Visconti affinché si ricordassero che lui e la sua Scuola erano esentati dalle tasse. Più avanti negli anni, Jacopo riceverà persino una rispettosissima lettera firmata nientemeno che da Francesco Petrarca: il sommo poeta fiorentino gli chiedeva di prestargli un raro volume di Cicerone, avendo Crotto fama di esserne il più grande esperto in tutta Italia. Tuttavia la sua vita privata rimane costellata di interrogativi, come la sua controversa formazione accademica. Fra tutti, c’era un mistero che mi intrigava particolarmente: quello legato al suo appellativo ufficiale.

Si ha notizia che Crotto insegnasse alla scuola paterna a partire dal 1323: ciò sarebbe compatibile con un percorso universitario completo; tuttavia, nei documenti Jacopo non riceverà l’appellativo di Doctor che diversi anni più tardi, venendo intanto chiamato soltanto Magister, titolo attribuito anche a individui privi di istruzione universitaria. Era improbabile che Jacopo avesse frequentato l’università in età avanzata, anche se all’epoca questi titoli erano meno univoci di quanto lo siano i loro corrispettivi moderni. Mi piaceva invece ipotizzare una qualche difficoltà di riconoscimento del suo titolo di studi; questa idea era resa più appetitosa dai provvidenziali disordini avvenuti all’università di Bologna proprio nell’epoca in cui Crotto avrebbe dovuto concludere il suo percorso universitario: queste coincidenze andavano a creare il background perfetto per il personaggio ombroso che mi stavo immaginando. In questo modo Crotto è diventato il mio borghese.
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L’acqua è al centro delle vicende di Nera, la giovane tintora

Restava vuoto il posto del plebeo. E soprattutto, restava vuoto il posto del protagonista femminile: un romanzo senza donne non è un romanzo che vorrei leggere. Una femmina plebea, dunque; ma c’era un grosso problema: le donne nel medioevo erano estremamente svantaggiate. Avevano pochissima libertà di azione, non ricevevano un’istruzione come gli uomini ed erano costantemente sotto la potestà di un uomo: prima il padre, poi il marito. Dovevo creare una plebea abbastanza interessante da non sfigurare accanto a un’ambizioso spadaccino istruito e l’erede di u
na delle più potenti signorie dell’epoca. Non si prefigurava un’impresa facile, anche perché non avevo ancora una trama precisa in mente.

 

A questo punto è giunta Nera. Già, giunta. In effetti è stato il tassello finale dell’intero puzzle: insieme a lei è giunta l’idea che avrebbe unito tutte le storie dei personaggi. Non avevo le mani legate, stavolta: i documenti medievali non parlano quasi mai delle donne (tanto meno se popolane), quindi avrei potuto inventare pressoché qualsiasi cosa. In effetti è stato meno difficile del previsto: riassumendo molto, ho solo reso la sua vita un inferno e le ho dato la forza andare avanti. Ha preso subito vita, più di tutti gli altri; forse perché loro sono personaggi storici, la loro traccia c’era già. Lei invece è tutta farina del mio sacco, e come personaggio devo ammettere di esserne orgoglioso.
Chi conquisterà maggiormente l’affetto dei lettori, tra Nera, Jacopo e Azzone?

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