Il Sangue sul Giglio: Approfondimenti

Dove finisce la Storia e dove inizia la fantasia?

Visto il gran numero di richieste di approfondimento sugli aspetti storici e letterari intrecciati della saga di Eternal War, e visto che la postfazione di EW2 non pare essere stata sufficiente a soddisfare tutte le curiosità dei lettori, per EW3 – Il Sangue sul Giglio ho deciso di dedicare un po’ di tempo alla preparazione di un articolo strutturato sulle mie fonti, e sulla costruzione e gli intenti dell’opera. La lunghezza ha superato le mie aspettative (6000 parole), soprattutto considerando quanto io abbia tralasciato; benché incompleto, penso che questa specie di saggio possa comunque ritornare utile, soprattutto ai molti docenti di italiano e storia che seguono le mie opere, ai recensori e ai lettori più curiosi e ferrati in discipline umanistiche.

 

DOCUMENTAZIONE

Le due principali fonti per la biografia dei personaggi coinvolti nel romanzo, dai protagonisti alle comparse, sono state l’Enciclopedia Treccani (Dizionario biografico degli Italiani, Enciclopedia dell’arte medievale, Enciclopedia dantesca) e l’eccellente saggio Dante (Oscar Mondadori) di Marco Santagata, di cui ho trovato suggestivo anche il romanzo Come donna innamorata (Guanda).

Per gli approfondimenti storico-letterari su Dante, in ordine sparso: Biondo era e bello di Mario Tobino (Oscar Mondadori); Studi su Dante di Erich Auerbach (Feltrinelli); Dante: storia di un visionario di Guglielmo Gorni (Laterza); Dante: tutte le opere di AA. VV. (Newton Compton); l’incomparabile Letteratura italiana delle origini di Gianfranco Contini (BUR) e varie opere di Vittorio Sermonti.

Per Guido: Rime, a cura di Roberto Rea e Giorgio Inglese (Carocci); Guido Cavalcanti: Dante e il suo primo amico di Guglielmo Gorni (Aracne); Dante e Guido Cavalcanti di Enrico Malato (Salerno Editrice); La paternale di Guido (Rime XLI) di Letterio Cassata, in Studi di Italianistica, a cura di Paolo Cherchi e Michelangelo Picone (Sansoni); e Cavalcanti nello scisma dei comici di Marcello Ciccuto, idem.

Per Firenze e dintorni: A Firenze ai tempi di Dante di Pierre Antonetti; Firenze medievale e dintorni di Giuliano Pinto (Viella); Firenze prima di Arnolfo di Renato Stopani (Centro Studi Romei); 1216 Firenze al tempo dei guelfi e ghibellini di Andrea e Fabrizio Petrioli (Sarnus). La Battaglia di Riccardo Nencini (Mauro Pagliai Editore). Per Roma: Il fascino di Roma nel medioevo di Cristina Nantella (Viella), Behind locked doors: a history of Papal elections di Frederic J. Baumgartner (Palgrave Macmillan).

Oltre a queste fonti principali, ho attinto a circa una ventina di saggi, conferenze e lectio magistralis.

 

LICENZE e VERITÀ in EW3: Il Sangue sul Giglio

Un elenco dei principali riferimenti storici e letterari presenti in EW3, e delle licenze prese nel corso della stesura rispetto alla verità storica.

ATTENZIONE!

Quel che segue svela la trama dell’opera. Per evitare spoiler si consiglia di proseguire solo a chi abbia già completato la lettura.

 

Ancestrarchi e loro famiglie

Con la singola eccezione dell’Ancestrarca Peregrinus (omaggio a un affezionato lettore), tutte le famiglie elencate sono vere famiglie nobili della Firenze del Duecento. Ogniqualvolta in cui la dinastia abbia un fondatore riconosciuto, il conteggio dell’età dell’Ancestrarca ha inizio con la sua morte. La fisionomia delle reti di alleanze politiche e delle consorterie è descritta dai cronisti dell’epoca e, pur con molte necessarie semplificazioni, ho cercato di rispettarla.

CAP 1 – Risa e lacrime.

La memorabile associazione dantesca tra Beatrice e il numero nove serpeggia in tutta la Vita Nova e ricorre con particolare insistenza nei capitoli XXVIII-XXIX, dov’è narrata la morte della gentilissima; diversi altri pensieri e situazioni del capitolo sono ispirati alle liriche e ai capitoli subito precedenti e seguenti. Non si sa se a declamare il planctus dantesco per Beatrice Li occhi dolenti per pietà del Core (Vita Nova XXXI) sia stato il personaggio di Casella (Purg. c. II), ma è accettato che il musico fosse amico di Dante e che molte volte abbia recitato e accompagnato strumentalmente le sue composizioni in pubblico. Dal Purgatorio ho attinto pure l’altro amico di Alighieri legato al mondo musicale, il liutaio Belacqua (Purg. c. IV), menzionato da Casella durante il tragitto verso la veglia funebre, che ebbe luogo nella casa del vedovo, com’era usanza; la ricchissima consorteria dei Bardi dimorava in uno sfarzoso complesso di edifici nel quartiere di Oltrarno, nella via lungo l’Arno che oggi porta il loro nome e conduce a porta San Niccolò. Lo speziale Cresta Latini, un terzo amico di Dante sconosciuto ai più, tornerà invece più avanti nel libro. Nella battaglia contro i due orribili Mangiapena, Guido improvvisa alcuni versi magici per vincolarsi alle Lande e vincere il richiamo verso l’Aldilà; essi coincidono in buona sostanza con la terza stanza di La forte e nova mia disaventura (Rime, XXXIV). Che Manetto, Dante e Guido fossero amici è fuor di ogni dubbio storiografico, e che fossero presenti tutti e tre alla veglia funebre di Beatrice è molto probabile. Tra i molti presenti alla veglia, Guido nota Pazzino, capofamiglia Pazzi e cavaliere di spicco dei guelfi neri (ma in quel momento la suddivisione tra bianchi e neri non sussiste ancora), ma fa capolino anche Currado Gianfigliazzi, ricco banchiere immortalato dalla novella del cuoco Chichibio nel Decamerone di Boccaccio, che qui finge di commuoversi per far colpo sul vedovo Simone Bardi.

CAP 2 – Via di Remissione

Il pellegrinaggio degli Stilnovisti è frutto di fantasia, ma in esso sono raccolti numerosi brandelli di verità. L’ho pensato a una sorta di precedente concreto del viaggio ipotetico di cui Dante fantastica nel sonetto Guido, I’vorrei che tu e Lapo e io. In realtà, che Guido Cavalcanti abbia compiuto un viaggio verso San Giacomo (o Santiago, da Sant’Iacovus/Jacobus) pare quasi certo, perché diversi suoi componimenti poetici fanno riferimento a fatti amorosi accaduti lungo il tragitto (Rime, XXIX-XXXI), e perché anche il cronista Dino Compagni ne fa riferimento. Non sappiamo tuttavia se Guido sia mai arrivato a Compostela, e su ciò ironizza anzi il senese Nicola Muscia nel sonetto satirico Ècci venuto Guido a Campostello? Dante, dal canto suo, ha fatto almeno un pellegrinaggio in vita sua, e fu quasi certamente a Roma per il Giubileo del 1300. Lapo Gianni era lo stilnovista più caro a Dante dopo Guido, quando a Gianni Alfani, il poco che si sa su di lui lo qualifica come un poeta girovago. La statua di Marte fuori da Ponte Vecchio, palinsesto di credenze mutevoli e cardine occulto di molti fatti di Eternal War, ha una storia interessante, che si può approfondire QUI. Il pontificato di Celestino V fu tanto celebre e breve quanto sventurato. Il suo sostegno ai movimenti pauperistici, millenaristi e filo-gioachimiti dei Francescani spirituali, di cui faceva parte Angelo Clareno (qui mostrato nel momento in cui Pontifex-rosa gli conferisce con candore inconsapevole il potere di fondare in futuro l’ordine eretico dei Fraticelli), aprì la strada a una stagione di durissime repressioni inquisitorie sotto i pontefici successivi, in cui si svolse anche la vicenda degli Apostolici e dell’eresiarca Dolcino da Novara (menzionato in Inf. c. XXVIII). Le due principali azioni intraprese da Pier del Morrone durante la sua permanenza al Soglio furono l’emanazione della Bolla del Perdono e la creazione in concistoro di 13 nuovi cardinali, tutti francesi a eccezione di uno, per compiacere Francus e Anjou. Durante le mie ricerche ho scoperto un fatto curioso: quel singolo italiano creato cardinale da Celestino V fu il bergamasco Guglielmo Longo degli Alessandri, che fra le altre cose fu mecenate di Lorenzo de Apibus e storicamente giocò un ruolo fondamentale per la famiglia di Crotto, uno dei protagonisti della mia Trilogia delle Radici. Tornando a Celestino, moltissimi contemporanei, tra cui Dante, vissero con gravissimo sdegno lo scandalo la sua abdicazione (Inf. III, Colui che fece per viltade il gran rifiuto). A guadagnarci più di tutti fu la corona di Francia. In Eternal War 3, la vicenda è per gran parte frutto delle macchinazioni di Kabal, che gli garantiranno la sopravvivenza e i benefici spirituali necessari per ambire al dominio di Firenze tramite Giovanni Battista, oggetto della venerazione del papa eremita.

Quando iniziate a individuare imprecisioni nei vostri libri di consultazione, vuol dire che iniziate a padroneggiare la materia.

3 – Lame nel buio

La condizione scissa delle anime di Guido in questo capitolo è interamente ispirata alle sue poesie d’amore, e in particolare ad alcuni versi de Gli occhi di quella gentil foresetta (Rime XXXI): “esce degli occhi suoi, che m’è dardo, un gentiletto spirito d’Amore, lo quale è pieno di tanto valore, quando mi giunge, che l’anima va via, come colei che soffrir nol poria.” Storicamente, a Tolosa accaddero due cose a Cavalcanti: primo, si innamorò della bella Amandetta, l’unica donna del suo repertorio di cui ci siano pervenuti il nome e una descrizione realistica, e secondo, scampò a un tentativo di assassinio ordinato da Corso Donati, che a detta del cronista Dino Compagni “forte lo temea, perché lo conosceva di grande animo” (Cronica I, 20). La fedeltà coniugale che Guido Cavalcanti esita tanto a infrangere, così come l’esclusività dell’amore di Dante per Beatrice, fanno parte della fiction di EW. In realtà Dante scrisse rime amorose per diverse donne prima di decidere, in retrospettiva, il carattere unico del sentimento che aveva avuto per Beatrice. Se questo dovesse sorprendere, sarebbe bene ricordare che nel medioevo i matrimoni combinati erano la norma per le classi privilegiate, e questo riguardò direttamente sia Dante che Guido: non ci si sceglieva in prima persona il proprio coniuge, per questo fin dalla tradizione provenzale cortese (a cui apparteneva l’Arnaut Daniel a cui Dante pensa durante il sequestro), la letteratura amorosa medievale pullula di storie esterne al vincolo coniugale. Non abbiamo modo di sapere quanta parte di questa produzione lirica scaturisse da sentimenti platonici, e quanta invece si basasse su vere e proprie relazioni carnali. Ma per quanto riguarda Guido Cavalcanti, indizi a questo proposito si possono spigolare da diversi suoi sonetti di corrispondenza (come quello con Bernardo da Bologna). È facile farsi l’idea che il nostro magnate fosse assai incline a intrattenersi con il gentil sesso, da cui doveva essere a sua volta molto apprezzato. In questo capitolo, con il primo bacio consciamente fedifrago di Guido, che simbolicamente gli faccio dare alla bella Amanda (Mandetta dal francese Amandette), incontrata alla Daurade (Dorada) come registrato in Era in penser d’amor quand’i’ trovai, il mio protagonista compie una falcata verso la figura storica dell’uomo e del poeta Cavalcanti. Mi piace pensare che, con quel bacio e quel passo, Guido smetta anche di essere il protagonista umano di Eternal War, passando il testimone da adesso in poi a Dante. Riguardo il tentativo di assassinio subito da Guido a Tolosa, invece, le fonti non ci hanno tramandato dettagli. Non dev’essere stato facile per Corso Donati tendere un agguato a Cavalcanti in una città così lontana dalla propria sfera di influenza, specie dovendolo individuare in un costante flusso di pellegrini diretti a Compostella. Chi avrebbe potuto aiutarlo nella bieca impresa? Ho deciso di coinvolgere il membro corrotto di uno dei molti ordini militari consacrati dell’epoca, deputati proprio alla protezione dei viandanti. Subito ho pensato all’Ordo Militiæ Mariæ Gloridosæ, ricettacolo proverbiale di falsi virtuosi e cavalieri posticci. Da lì, il collegamento con Frate Alberigo è stato immediato: un Frate Godente dedito all’assassinio di ospiti era esattamente quel che serviva alla scena. Nell’eccitazione del momento, tuttavia, Dante non lo riconosce; solo molto più avanti nel libro ho posizionato un riferimento all’accento faentino del cavaliere, indizio che Dante conosce perché riportatogli fuori scena da Guido. In quanto peccatore speciale destinato alla Tolomea infernale, l’anima di Frate Alberigo è già preda dei demoni. Il suo vivo corpo, perciò, è un burattino di carne abitato da una creatura diabolica, a disposizione di fattucchieri e Ancestrarchi dotati di retaggi arcani, come Alagaira.

4 – Cieli di mutamento

Firenze è il primo soggetto di questo capitolo, nel quale ho cercato di mostrare con minimi ritocchi e semplificazioni gli eventi dell’epoca. In Vita Nova, durante il lungo distacco tra Guido e Kabal, avevo seminato riferimenti a una campagna idealista sostenuta dal capofamiglia contro gli interessi del suo stesso ceto, finita in modo deludente. Si trattava dell’ascesa politica di Giano della Bella (menzionato in Paradiso, c. XVI), grande rinnovatore di Firenze di questi anni, della cui avventura politica qui assistiamo ai risultati. Gli Ordinamenti di Giustizia furono promulgati il 18 febbraio 1293 (quando Kabal era ancora a Roma), ed esclusero le famiglie nobili dal governo della Repubblica in favore del nascente ceto borghese (il Popolo Grasso). Per via di questa coraggiosa riforma, che destò subito scandalo e tumulti tra gli aristocratici, Giano si ritrovò contro le maggiori casate fiorentine. Non passò molto tempo, prima di ritrovarsi costretto a fuggire oltralpe (evento che avverrà sullo sfondo agli eventi del C. 5). L’altro soggetto di questo capitolo è l’elaborazione del lutto di Dante per la morte di Beatrice e la decisione di dare un nuovo corso alla sua vita. Il suo incontro ultraterreno con Beatrice è costruito sulle indicazioni del capitolo XLII della Vita Nova, l’ultimo della raccolta, in cui Dante accenna alla Mirabile visione che dichiara il suo abbandono alla poesia amorosa stilnovista, e profetizza un suo incontro con l’ombra stessa della sua amata, in paradiso. Che questo incontro sia avvenuto simbolicamente a Finisterra, punto arrivo del faticoso percorso di espiazione del pellegrinaggio di Compostela, è una mia invenzione: come tutti i nostri testi scolastici riportano, Dante passò gli anni successivi alla morte di Beatrice a Firenze, attraversando una fase di crisi che abbracciò molti aspetti della sua vita. S’avvicinò a discipline come la filosofia, la teologia e l’astronomia; iniziò la sua attività politica frequentando le prediche e i pubblici comizi che a quei tempi ne costituivano la base; soprattutto, a partire da questo momento, religione e fede assunsero nella sua vita un ruolo maggiore di quanto emergesse dalle sue composizioni giovanili (in cui si trovano accostamenti comici onestamente al limite della bestemmia). Nella fiction di EW, questa svolta cruciale avviene sulla ventosa spiaggia dell’oceano Atlantico, nel momento in cui un eccitato Spirito Libero decide di allacciarsi in matrimonio spirituale non più con l’anima di una donna defunta, ma con una creatura che aveva ormai abbandonato simili spoglie per assumere natura angelica. A partire da questo momento, mentre Guido somiglierà sempre più a Kabal, Dante abbraccia infatti il cambiamento di Portinum e ne diventa a tutti gli effetti un membro della famiglia, senza che questi lo voglia o persino lo sappia.

Nel 2006, venni bocciato la prima volta in un esame universitario; il libro di testo era Letteratura italiana delle origini. Lo ristudiai daccapo; ora lo amo.

5 – Stemma araldico

Disordini come quelli che in questo capitolo fanno infuriare il Giglio d’Argento, Firenze in questi anni ne vedrà sempre di più. Mentre in sella a un cavallo con ferrature d’argento fa la sua prima comparsa il violento per eccellenza, Filippo Cavicciuli degli Adimari detto Argenti (Inferno, c. VIII), un Dante che ha appena completato le chiose della Vita Nova trova rifugio nella bottega dello speziale Cresta, figlio del recentemente defunto notaio Brunetto Latini (Inferno, c. XV), che per Alighieri fu sia preziosa figura paterna, sia fulgido esempio di intellettuale protagonista della politica fiorentina – un individuo a cui volevo quindi lasciare almeno un angolo di palcoscenico, anche solo in forma di caro ricordo. Nel capitolo è anche discussa la fine del deludente pontificato di Celestino V (che ebbe luogo proprio sul finire del 1294) ed è mostrata la promulgazione dei Temperamenti agli Ordinamenti di Giustizia (1294 anche qui), che riammisero alle cariche pubbliche i membri della piccola nobiltà come Dante, a patto che appartenessero a una delle corporazioni cittadine, le Arti. Secondo il grande dantista Marco Santagata, fu probabilmente Cresta Latini il tramite che permise a Dante di accedere all’Arte dei Medici e degli Speziai, e ottenere così i titoli necessari a intraprendere la via della politica. È probabile che Alighieri si trovasse nella sua spezieria quando avvenne l’episodio descritto in Vita Nova c. XXXIV e rielaborato in questo capitolo: il poeta “disegnava uno angelo sopra certe tavolette” ed era così concentrato da non accorgersi dell’arrivo davanti a lui di “uomini a li quali si convenia di fare onore”. Corrisponde poi al vero che, dopo i sonetti d’ingiuria che i due poeti si scambiarono nella tenzone descritta in EW2, Forese Donati diventasse uno dei più stretti amici di Dante: ciò è testimoniato dal loro affettuoso ricongiungimento nei canti XVIII e XIV del Purgatorio. È invece del tutto frutto d’invenzione l’avventura che porta Kabal, Circo e rispettivi capifamiglia a scoprire il giro di conio contraffatto, fiutato dall’ambiguo demone Gerione. O meglio, è immaginario il coinvolgimento delle famiglie Cerchi e Cavalcanti, perché la truffaldina produzione di fiorini falsi da parte dei conti Guidi di Romena (la famiglia dell’Ancestrarca Tegrimo) appartiene invece alla cronaca reale: verrà alla luce pochi anni più tardi in modo fortuito, a causa di un incendio scoppiato nei paraggi, e tanto i falsari quanto gli scagnozzi coinvolti finiranno sul rogo. L’episodio è testimoniato nella Commedia dalla confessione di Adamo, mastro alchimista dei conti Guidi (Inferno, c. XXX), trasformato in otre nella bolgia dei falsari.

CAP 6 – Frodi e inganni 

Proprio come i contraffattori di fiorini del capitolo precedente, anche Gianni Schicchi de’ Cavalcanti (è il mio personaggio preferito di EW3!) dimora nella bolgia dei falsari al c. XXX dell’Inferno ed è un personaggio storico (benché il fatto qui descritto abbia avuto luogo prima, in realtà intorno al 1280, quando tra le famiglie Donati e Cavalcanti non c’era ancora un aperto malanimo). La frode ai danni del defunto Buoso Donati il Vecchio ebbe come vero obiettivo il beneficio di Simone Donati, amico di Gianni Schicchi; una volta ratificato l’atto notarile, l’accaduto venne lasciato emergere e divenne in pochissimo tempo celebre, da cui nei secoli furono tratti racconti, novelle e opere teatrali. Fedele al modus operandi di cui parlai nella postfazione di EW2 (circa la mia preferenza, laddove fosse possibile scegliere, di mettere in scena personaggi letterari, piuttosto che ricostruire i personaggi storici che li ispirarono), ho scelto di attingere Gianni Schicchi e i personaggi collaterali (Lauretta, Rinuccio, il medico, il notaio) dall’opera omonima di Giacomo Puccini, un piccolo gioiello del teatro comico del primo Novecento, e di intrecciarli con i personaggi e gli eventi della mia saga. Il fatale allontanamento di Dante e Guido, e il progressivo raffreddamento del loro sodalizio, tema portante di EW3, è uno dei punti più ustionati tra tutte le indagini storico/letterarie relative al Duecento italiano. Il primo episodio di distacco tra i due poeti, in questo capitolo, lo faccio cadere nel tardo 1294; storicamente dovette avvenire qualche anno prima, ma coincise davvero con il completamento della prima raccolta poetica di Dante, e con la decisione di Dante di dedicarla a Guido, suo primo amico. Le cause di questo allontanamento sono dibattute. Molti critici e storici pongono l’accento sulle inconciliabili differenze filosofiche nel trattamento della tematica amorosa nelle poesie dei due poeti (argomento che in EW3 ho concretizzato nel diverso rapporto che i due doppia-anima sviluppano con il loro legame d’Amore e con i rispettivi Ancestrarchi), ma senza dubbio dovette giocare un ruolo anche l’avvicinamento di Dante alla consorteria dei Donati, all’aumentare delle tensioni tra il loro gruppo di potere e quello di cui facevano parte i Cavalcanti. Questo deve essere avvenuto in un modo molto più sfumato e progressivo, rispetto a quanto descritto sul finale di questo capitolo: storicamente, nel 1294 Dante era già sposato a Gemma Donati da quasi un decennio e la coppia aveva già figli. Risalgono grossomodo a questa fase gli ultimi due sonetti accertati della corrispondenza tra i due poeti: il nostalgico Guido, i’vorrei che tu Lapo ed io di Dante e l’amarissimo I’ vegno il giorno a te infinite volte di Cavalcanti, su cui tanto inchiostro è stato speso, e che aprono rispettivamente il capitolo 7 e 9 di EW3.

CAP 7 – Morte del secolo

Sono passati più di cinque anni, e la scena familiare ne dà conto. Su Gemma Donati si sa veramente poco; persino le informazioni biografiche scritte da Boccaccio, vissuto solo pochi anni più tardi, sono reticenti al suo riguardo. Nei secoli sono state fatte molte ipotesi circa il suo matrimonio con Alighieri, consumato in gran parte nell’ombra tutt’altro che segreta dell’amore di lui per la defunta Beatrice. Ma diversi indizi suggeriscono che il rapporto tra Dante e Gemma si basasse, se non sul sentimento, almeno su una solida collaborazione; se anche se Dante non scrisse mai nulla di lei, la sua presenza nella vita del poeta dev’essere stata tutt’altro che secondaria. In EW3 mi sono divertito a tratteggiarla un po’ come la moglie del tenente Colombo: mai presente in scena, mai mostrata in modo diretto, eppure inscindibile dal protagonista e onnipresente nei suoi pensieri. Gemma fa in realtà una piccola comparsa nel cap. 9 di EW2, seduta alla tavola di dame presso cui Guido spedisce Dante, affinché le serva e si scuota la timidezza di dosso. Quanto a Filippo Argenti, Boccaccio lo descrive così: “Fu uomo di persona grande e nerboruto e di maravigliosa forza e più che alcun altro iracundo, eziandio per qualunque menoma cagione”. La sua richiesta di favoritismo è riportata da più fonti, e altrettanto attestata è la coraggiosa decisione di Alighieri di fargli raddoppiare la multa prevista, fatto che causo lo schiaffo che il cavaliere assestò a Dante (qui mostrato nel cap. 11) e la sempiterna inimicizia del casato Adimari, che in seguito osteggerà sempre la revoca dell’esilio del poeta. Dante tuonerà contro di loro, impotente, dal XVI del Paradiso, ma intanto morde l’inverno che dà i natali al fatale anno 1300. La Parte guelfa si è ormai spaccata in due consorterie, quella nera, delle antiche casate fedeli ai Donati, e quella bianca dei banchieri e delle famiglie di nobiltà recente, legate al banco dei Cerchi. In EW, la fortuna finanziaria che sta sorridendo a questi ultimi è legata alla cornucopia della gens Flavia ricevuta da Circo, ma l’eccezionale velocità del loro arricchimento non è un’invenzione fantastica. Solo tra pochissimi anni, quando Vieri dei Cerchi fuggirà da Firenze per salvarsi dalla caccia dei neri, porterà con sé ottocentomila fiorini, una cifra mostruosa per quei tempi (circa tre tonnellate d’oro massiccio). I “subiti guadagni”, che nel VI canto dell’Inferno sono indicati come la miccia che accende di superbia e invidie i cuori dei fiorentini, sono per Dante la componente più grave della deriva dei suoi tempi. Una piccola curiosità: per scrivere il dialogo di Dante con il giudice e la successiva seduta del Consiglio dei Cento ho adottato l’impostazione che solitamente impiego con la Trilogia delle Radici, con ricerche approfondite su luoghi, eventi e personaggi minori, in modo che persino i discorsi ruotino attorno agli argomenti più verosimili per le circostanze descritti. Poiché la circostanza lo permetteva, ho messo in scena anche Dino Compagni, autore di quella Cronica delle cose occorrenti ne’ tempi suoi, da cui provengono molte delle informazioni sulla Firenze di questi anni.

CAP 8 – Piangi, Gaville

Francesco Cavalcanti è il primo personaggio importante a morire nel romanzo. Vissuto nel XIII secolo e ricordato con il soprannome di Guercio (in EW per via dell’occhio perso a Campaldino, combattendo al fianco di Guido), della sua esistenza abbiamo notizia quasi esclusivamente grazie alla menzione fuggevole che ne fa Dante nel XXV dell’Inferno, dov’è ricordato come colui “che tu, Gaville, piagni”. E il motivo del pianto dei gavillesi, colpevoli o complici del suo assassinio, sarebbe proprio la terrificante ritorsione messa in atto dai parenti di Francesco, che fra omicidi e devastazioni causarono l’estinzione del borgo. La data esatta dell’episodio è incerta, come pure gli esecutori materiali della mattanza, ma nulla consente di escludere un coinvolgimento di Guido, essendo egli alla guida della famiglia. Che dietro ci fossero i Donati è una mia invenzione, non così l’episodio successivo: riferisce Dino Compagni nella Cronica che sul volgere del secolo Guido Cavalcanti assalì in piazza Corso Donati e gli scagliò un dardo, che però mancò il bersaglio. Essendo in compagnia di alcuni Cerchi, si lanciò all’assalto, fiducioso che costoro lo avrebbero seguito. Rimasto invece solo a fronteggiare la reazione degli accompagnatori di Corso, dovette così ritirarsi. Concordi sono i commentatori, tanto sull’ardimento e il valore di Guido, quanto sulla cautela ai limiti della codardia dei suoi alleati Cerchi. Documentati sono anche gli epiteti diffamatori di Corso Donati: “Cavicchia” (chiavarda, piolo, legnetto) per Guido Cavalcanti, “Asino di Porta” per Vieri dei Cerchi. Lo scrollone del Paradigma, che impedisce alla situazione di precipitare, è per Kabal un colpo di fortuna solo apparente: è questo infatti l’ultimo momento in cui, con un’azione decisa, avrebbe potuto prevalere su Don. Lui non può saperlo, ma da qui in poi, essendo passato Gerione nelle mani dei suoi nemici, il suo destino è praticamente segnato. Il ruolo della Fortuna, tematica centrale nella Divina Commedia, in narrativa è un argomento delicato da trattare (lo sgradevole effetto deus ex machina è sempre in agguato), ma si collega da vicino con uno dei principali difetti che caratterizzano Kabal: la sua eccessiva propensione al rischio. L’Ancestrarca ha corso rischi enormi finora, sia pure tra i costanti ammonimenti di Circo e Portinum, riuscendo sempre a volgere la situazione a suo vantaggio. La sua abilità ha sempre giocato un ruolo, ma gli è anche andata bene: ora che i piani dell’Impostore iniziano a disvelarsi, le cose cambiano. Ecco che inizia a prendere forma il primo Giubileo della storia della Chiesa: un evento inspiegabile e misterioso, una sorta di allucinazione collettiva di ignota origine, che pare abbia sconcertato tutti gli ecclesiastici. Papa Bonifacio VIII si ritrovò a dover gestire flussi giganteschi di persone dirette a San Pietro, come non se ne vedevano da mille anni, e senza che alcuna bolla o enciclica li avesse richiamati. Sul Giubileo si basano le fondamenta dell’intera architettura di trama della quadrilogia di Eternal War: in vista di quel prodigioso bacino di raccolta di energia spirituale, e all’enorme potere che avrebbe concentrato nelle mani del suo occulto organizzatore, ho costruito la figura del signore della catacomba, su cui non voglio dilungarmi ancora, perché sarà il nocciolo di EW4.

9 – Il terzo Dono

Piccola divagazione: trovo che la poesia di inizio capitolo, il sonetto I’ vegno il giorno a te ‘nfinite volte, sia una tra le opere poesie che meglio in assoluto si incastrino nel sistema magico di Eternal War. Guido sputa la rabbia per la nuova condotta di Dante, una condotta vile e indegna, e che varie volte si reca da lui, ma mai in modo che lui possa vederlo. Se questo non bastasse, Guido conclude che rileggendo molte volte quel sonetto, recitandolo come una preghiera o un incantesimo, lo spirito maligno che lo controlla forse lo abbandonerà. Quando lessi per la prima volta il sonetto nell’ottica delle Lande, ricordo che mi vennero i brividi. Venendo al capitolo, esso è uno dei più densi di payoff e di rimandi, ed è chiaramente bipartito: sul versante fiorentino, Dante ha un momento di importante introspezione e maturazione, che coincide con un fatto poco conosciuto di cronaca reale: la caduta di un poveretto in uno dei pozzetti battezzatori dentro San Giovanni Battista, e l’immediata disposizione di Dante, che era presente, alla rottura dello stesso, per salvare il malcapitato dall’affogamento. Questa vicenda è ricordata nel XIX dell’Inferno, dove l’Alighieri puntualizza anche che i male informati dovrebbero attenersi a tale versione dei fatti, segno che ancora a distanza di anni le chiacchiere sull’episodio dovevano destare scalpore. Sul versante romano, il capitolo concretizza l’avvento dei più oscuri presagi, con elementi presi dall’Apocalisse di san Giovanni, dalle scritture di Gioacchino da Fiore e da altre profezie medievali sull’avvento del dominio diabolico. Il Signore della Catacomba, ormai impadronitosi dell’identità e dei simboli di Pietro, si configura come una manifestazione di Satana e dell’Anticristo, e come tale viene affrontato dal bellicoso, nuovo Pontifex-dalia, manifestazione spirituale del pontificato di Bonifacio VIII. Spalleggiato da Paolo di Tarso, Patrono del Papato e di Roma, verranno però entrambi colti di sorpresa dal rinfocolarsi di uno scisma risalente ai primi secoli della Cristianità: una spaccatura dottrinale nell’interpretazione del messaggio di Cristo e dello scopo fondamentale della Chiesa, che riverberò in tutto l’Impero portando conseguenze decisive che contribuirono al crollo, nella Lore di EW, del Paradigma dell’Antichità, e a dare inizio a quello dell’Alto medioevo. A respingere Pontifex sono gli spiriti dei primi santi pontefici (le cui salme sono realmente custodite nella catacomba vaticana), rivitalizzati dall’energia del Giubileo e indignati, oltre che per le antiche vertenze, per la corruzione morale della Chiesa del XIII-XIV secolo. E mentre il Flagrum incendia i cieli, Kabal raggiunge il momento culminante del suo percorso tragico: arriva il momento in cui potrebbe forse salvare la situazione, ma decide di non farlo. Sul crollo del vecchio Paradigma e sulle conseguenze a lungo termine dell’inizio di quello nuovo, tornerò nella postfazione di EW4.

10 – La resa dei conti

Della vita coniugale di Guido e Bice non si sa nulla. È noto il nome dei loro figli (che non si segnalarono per particolari imprese), ed è noto che non mantennero rapporti amichevoli con la famiglia d’origine di lei, gli Uberti; tutto il resto è campo d’ipotesi. Certo, leggendo le opere di Cavalcanti è facile convincersi che egli conoscesse l’Amore, ma difficilmente per sua moglie (la mentalità medievale è radicalmente opposta alla nostra, a questo proposito). A una donna fa riferimento Dante, parlando dei dolorosi sentimenti dell’amico: monna Vanna, diminutivo di Giovanna. In EW2 le riservai un fugace cameo nella tavolata di dame a cui siede anche Gemma, ma non avendole trovato una collocazione adatta nell’economia di temi, spazi e trama di EW3, ho preferito lasciarla fuori campo e riservare qui la scena alla dolorosa fine del rapporto tra Guido e Bice. Il cambiamento della morale e del carattere di Guido nel corso di questo romanzo, cagionato dalla rescissione del legame d’Amore, è ispirato alle istanze del pessimismo cavalcantiano, e alla sua visione di Amore come un influsso spirituale irrazionale, negativo e incontrollabile. Esso è portatore di morte, una tematica che assunse importanza capitale per Cavalcanti e a cui in questo romanzo ho dato più spazio rispetto ai precedenti; altrettanto vale per il suo presunto epicureismo (nell’accezione medievale di ateismo e negazione della sopravvivenza dell’anima nell’Aldilà), spiegato dal progressivo affermarsi dell’influenza di Kabal su di lui. L’immaginaria scena della rottura tra Guido e Dante, poi, poggia sul reale incrinarsi dei rapporti che intervenne tra i due poeti in un momento compreso tra il 1292 e il 1300, così come diversi dei loro argomenti. Nello specifico, reale è l’insofferenza cavalcantiana per l’importanza attribuita da Dante a Beatrice (simboleggiata dal vincolo di appartenenza a Portinum) e per la sua idealizzazione cristiana. GUido scrisse davvero il graffiante sonetto Guata, Manetto, quella scrignutuzza, e pare davvero che tentasse di colpire Dante dov’era più vulnerabile. Un secondo reale elemento di contrasto emerge dalla poesia Io vegno il giorno a te ‘nfinite volte: lo stringersi del rapporto di Dante con certe frequentazioni che dispiacevano a Guido. Per quanto risponda a buonsenso, l’identificazione di esse con la cricca dei Donati è appena indiziale; di fatto, Dante non fu mai un membro integrato della consorteria donatesca, ma nemmeno si mantenne neutrale nella contesa tra guelfi bianchi e neri: egli fu, per le sue posizioni, apertamente cerchiesco, e questo lo dovette agevolare non poco negli uffici pubblici. Si dimostrò tuttavia equanime una volta al potere, cosa che, come spesso accade, gli fruttò conseguenze più gravi di quelle dei suoi colleghi più faziosi. Ma questa è un’altra storia.

Linguette ovunque, che nemmeno i Mangiapena!

11 – Premio agognato 

Ecco che il romanzo comincia a rotolare verso il suo finale. L’andamento generale di questo capitolo e del successivo seguono per sommi capi i disordini avvenuti alla vigilia di San Giovanni Battista del 1300 a Firenze. Fittizi sono invece la maggior parte dei dettagli e dei singoli episodi, a partire dalla presenza di Dante: benché Alighieri fosse effettivamente Priore di Firenze in quel periodo, infatti, egli non può aver partecipato personalmente all’importante processione: ai Priori era infatti proibito di allontanarsi dal palazzo di governo durante il loro mandato salvo casi eccezionali. Nella realtà, Dante avrà senz’altro udito il racconto dell’accaduto dalle labbra dei testimoni. Forese Donati, che gli tiene dietro durante la sfilata, in realtà morì nel 1296. Nel frattempo, Marte s’è liberato dal Battistero e il Santo non è stato in grado di trattenerlo: aumentano i segnali dell’imminente catastrofe, ma benché s’aspetti una trappola, ormai Kabal s’è spinto troppo avanti per fermarsi. Corso Donati era davvero bandito da Firenze, in questa fase, e davvero nel periodo precedente (oltre a ricoprire per un anno la carica di podestà di Orvieto) aveva tramato occulte alleanze con papa Bonifacio VIII, come emergerà tra poco. Documentate (ancora dalla Cronica di Dino Compagni) sono le parole di rancore che Corso sputa all’indirizzo dei rettori di Firenze davanti alla cittadinanza radunata sotto il Battistero, così come la sua volontà di infiammare la folla e impadronirsi della città del Giglio (il colpo di mano era stato organizzato un mese prima in un convegno clandestino a Santa Trinita, a cui presero parte i guelfi neri). Ma il suo proposito venne impedito dalla reazione delle autorità e dei guelfi bianchi, qui ra rappresentati da Dante e Guido. Dallo scoppiare dei tumulti le fonti saltano direttamente al celebre provvedimento dei Priori, che condannano al bando perpetuo otto magnati di parte nera e otto di parte bianca, tra i quali figura anche il nostro Cavalcanti: le condizioni erano ideali per sbizzarrirmi. Ho collocato in questo punto lo schiaffo del nerboruto Filippo Argenti a Dante (storicamente indeterminato), e siccome la Commedia richiedeva che morisse entro breve, gli ho attribuito diverse ulteriori azioni che lo rendessero adatto all’escalation di Guido. Tra lo schieramento dei guelfi neri, infine, la vicenda dell’avido e sciocco Johanfiliumgaleatii è ispirata al Gianfigliazzi che Dante incontrerà nel XVII dell’Inferno.

12 – Sangue versato 

Vieri dei Cerchi ci viene tramandato dalle fonti come un uomo calmo e prudente, più vicino alla codardia che all’ardimento; che abbia scelto di disperdere i suoi consorti su esortazione di un’alta carica cittadina coincide con quel poco che possiamo ricavare del suo profilo psicologico. Lauretta è invenzione del librettista del Gianni Schicchi di Puccini, pertanto la sua vicenda è del tutto inventata. Al personaggio di Alagaira avevo costruito un passato e una storia personale parecchio interessanti, che si legavano alla sua natura doppiogiochista e alla sconfitta guelfa a Montaperti e risalivano alle Crociate. Purtroppo, le sue vicende non hanno trovato spazio nel corso della strutturazione dell’opera, e sono rimaste tra gli appunti. Chissà che non possa scriverci qualcosa di breve in futuro. Passando al “boss finale” del romanzo, il Gran Penitenziere, esso è stato scelto e preparato con cura: storicamente ha tutti i motivi per trovarsi lì, dal momento che il suo vettore, il cardinale Matteo d’Acquasparta, da pochi giorni era giunto a Firenze in veste di legato apostolico e paciere, in segreta intesa con i guelfi neri di Corso Donati. Sia il suo aspetto che la sua caratterizzazione sono ispirati al potentissimo religioso: oltre che capo della Penitenzieria papale, infatti, l’Acquasparta era nientemeno che il Ministro generale dell’Ordine Francescano, portabandiera della corrente della Comunità che perseguitava gli Spirituali di Angelo Clareno (C. 2) e di Ubertino da Casale: in netto contrasto, quindi, con l’ideologia cristiana cara a Portinum: l’avversario perfetto per i tre magnati bianchi. Storicamente, questo individuo fu anche il braccio destro di papa Bonifacio VIII nella Crociata contro la famiglia dei Colonna (bastonò quindi Teophilactus, altro episodio che purtroppo non ho potuto inserire).

 

EPILOGO 

Dopo il bando di esilio dei sedici capi parte, guelfi bianchi e neri ricominciarono presto la loro contesa, e dai bisticci si passò alla guerra aperta. Come accade spesso agli Spiriti Liberi, tutti gli sforzi di Dante si dimostrarono futili. Che Dante abbia viaggiato in giro per l’Italia come emissario della sua città è un fatto riconosciuto (a San Gimignano è conservato uno splendido affresco ritraente una sua ambasceria nel borgo); anche il viaggio a Roma di Dante nel 1300 corrisponde a verità storica, se nell’Inferno egli descrive le modalità escogitate dalla Chiesa per gestire i flussi immani dei fedeli richiamati dal Giubileo. Che la porta dell’Inferno sia invece collocata nei sotterranei del Vaticano è una mia invenzione, ma fondata su alcuni passi dell’Apocalisse di Giovanni e sulla reinterpretazione della geografia infernale dantesca, che posiziona il pozzo infernale nel sottosuolo di un’altra città santa: Gerusalemme. Frutto di fiction è il fatto che il lucco rosso con cui Dante è tradizionalmente ritratto sia un regalo di Cavalcanti. Tutti gli altri elementi, dalle Fiere capitali all’aspetto “romano” di Kabal (vestito con sandali e drappi, per coincidere con l’immaginario comune di Virgilio), fino alla corona d’alloro di Talia, che non a caso è la Musa patrocinatrice della Commedia, sono stati plasmati in questo modo esattamente per giungere qui.

Questo elenco avrebbe potuto essere molto più corposo, ma ho preferito non dilungarmi troppo. Da un lato non voglio sottrarre il divertimento ai miei lettori umanisti, che già in EW2 si sono dilettati a dar la caccia ai riferimenti storici e letterari intessuti all’epidermide di Eternal War 3, dall’altro con questo articolo mi premeva soprattutto elencare le differenze del romanzo con quanto oggi si ritiene storicamente successo, a beneficio degli insegnanti e dei lettori più colti e curiosi.

Spero che questo approfondimento ti sia piaciuto, e che abbia sciolto i tuoi eventuali dubbi. Se Eternal War 3 ti è piaciuto e vuoi sostenere l’operazione di recupero del patrimonio italiano e di rielaborazione attraverso il fantasy, ti ricordo di lasciare una recensione a Eternal War 3 su Amazon, Goodreads o sui social network, e di parlarne con i tuoi amici. Per me, non c’è risorsa migliore del tuo passaparola!

Augurandoti buone letture, a presto!