Lettera da Tiziano Incani

I lettori che non sono originari di Bergamo o Brescia forse non ne avranno sentito parlare, ma in area orobica nessuna celebrità è più famosa del Bepi. 
Al secolo si chiama Tiziano Incani (link al suo sito). Anche se ascolto le sue canzoni da molto tempo, l’ho conosciuto di persona soltanto lo scorso autunno. Pochi giorni fa, mi ha scritto le sue impressioni su Le colpe dei padri. 

Ma prima, facciamo un po’ di mente locale questo personaggio.

Compositore, musicista, cantante dialettale e presentatore di un noto programma locale, Tiziano è un’autentica rock star alpina. Il suo percorso discografico comincia nel 1995; il personaggio del Bepi è nato qualche tempo dopo, quasi per gioco. Con il tempo le cose sono cambiate: le poche decine di fan sono diventate centinaia, poi migliaia. Oggi i suoi sostenitori sono una folla che trasforma ogni suo concerto in un evento.

Con il tempo, anche l’approccio del Bepi alla musica è cambiato. Ridere fa sempre bene, mi ha raccontato quando l’ho conosciuto, ma c’è anche altro nella vita: occorre riflettere e ricordare. Per questo nei suoi dischi più recenti compaiono affreschi umani e temi decisamente seri, dal disastro del Gleno all’integrazione razziale; un’evoluzione tematica che si accompagna a inaspettate sperimentazioni musicali – alcune delle quali davvero memorabili: rock, canto lirico, swing, jodel, metal, country, tutti declinati al bergamasco. In ogni caso, anche se ora è “maturato” e si è tolto la parrucca che usava agli inizi, il Bepi non si prende mai troppo sul serio e non rinnega il retroterra goliardico che lo ha reso quel che è – ne sono dimostrazione le sue proverbiali camice.

Io gli sono grato per un motivo molto personale: sono state le sue canzoni, insieme a quelle di Luciano Ravasio, a farmi nascere la passione per la cultura e il linguaggio di Bergamo, senza i quali Le colpe dei padri non sarebbe esistito. L’ho contattato perché volevo ringraziarlo per questo ruolo di divulgatore, e per aver scelto di inserire nel suo repertorio le canzoni del tipo “nuovo”, che mi hanno spinto a non considerarlo più soltanto “uno che fa ridere” ma un artista completo e capace, uno da cui assorbire gli accenti e la memoria delle mie radici.

Non sono un gran lettore, mi ha confidato quando ci siamo incontrati, vicino a Clusone, però il tuo libro lo leggo. Prometto che ci provo.

Per il livello di dettaglio del suo contenuto storico, sono consapevole che Le colpe dei padri possa essere una lettura impegnativa per chi non legge molto. L’impatto iniziale, soprattutto, richiede un certo sforzo di immaginazione e di memoria. Ma conoscevo l’amore del Bepi per Bergamo, ed ero sicuro che il suo interesse per il passato della nostra terra fosse solido (sulla storia recente ne sapeva più di me!), perciò ero fiducioso.

Da allora, di quando in quando, mi aggiornava sulla lettura che procedeva. A gennaio 2015 mi ha invitato  a partecipare come “notaio” a una puntata del Bepi Quiss. È stato divertentissimo!
Poi, alcuni giorni fa, mi ha scritto questo:

Ciao Livio. Non ci crederai, ma sono arrivato in fondo al tuo libro!

Che emozione, ho pensato, uno dei miei cantautori preferiti ha letto il mio romanzo!
Gli ho subito chiesto qualche parere, e lui mi ha gentilmente autorizzato a divulgare la sua risposta. Attenzione, il brano che segue contiene SPOILER: non proseguite nella lettura se non avete già letto il romanzo (ricordo che potete cercarlo in alcune di queste librerie, oppure ordinarlo su Amazon da questo link). 

Di tutti i personaggi de “Le colpe dei padri” quello a cui, forse un po’ banalmente, ci si affeziona di più è proprio la popolana Nera.

Anche il Bepi fa il tifo per Nera, dunque! A quel punto ero curiosissimo di sapere il perché:

Persino troppo perfetta, a volte, nel suo ruolo di “brava ragazza”: ponderata, premurosa, intelligente, accorta, umile, saggia. Non si può dire che sprigioni proprio sensualità o che induca in tentazione, ma forse proprio per contrappasso, il pensiero un po’ viene. 

Questa cosa mi ha colpito: non avevo mai considerato una simile dinamica. Da cosa poteva essere scaturita?

Di certo Nera è femmina e ce ne si ricorda sempre. Si tende istintivamente a voler riequilibrare il suo status di vittima innocente e a restituirle quel diritto alla sensualità sancito da madre natura. 

Un senso di riscatto, dunque: attraverso il riconoscimento del “diritto alla sensualità” negata di Nera, Tiziano aveva provato un’istintiva attrazione verso di lei, mossa forse dal quel naturale istinto maschile di protezione verso la bellezza femminile. Interessante!

Anche Crotto ha il suo perchè, e ancor di più il suo alter ego Scür Fósk: chi di noi non sogna di poter diventare un giustiziere capace di incutere timore senza averne, di sfruttare le tenebre anzichè esserne sopraffatto? 

Diversi lettori hanno osservato che Crotto è un po’ sacrificato dalla trama; meno male che a Tiziano è piaciuto! Nel seguito delle Colpe, che sto scrivendo, magister Crotto avrà molta più importanza: in effetti sono le sue azioni e le sue decisioni la causa principale dell’azione.

Ma, per conto mio, non è esente da fascino nemmeno il cattivo Marco Visconti: le incommensurabili forza e determinazione lo rendono simile a certi personaggi dei film americani non troppo sfumati, dove il più forte è il più forte e basta, senza star lì tanto a farla lunga, che in fondo nessuno spettatore ne avverte il bisogno. Peccato alla fine si riveli essere dalla parte “sbagliata”. Del resto, Livio, tu non sei un rozzo regista stelle e strisce dell’epoca della guerra fredda. 

Ti ringrazio, Tiziano!

L’unico che proprio non fa altro che repulsione è il bavaro Ludwig: nulla mi toglie dalla testa che in lui tu abbia voluto vedere l’immagine della perennemente detestata Germania, temuta ma anche derisa, alla quale non bastarono mai nemmeno improvvide alleanze in ogni epoca per veder ribaltata l’italica antipatia nei suoi confronti.

Un’altra riflessione interessante, nei suoi parallelismi storici; nella narrazione delle Colpe ho cercato di mantenermi neutrale e di riportare i fatti nel modo più coerente possibile con le fonti, tuttavia è innegabile che un tocco personale nella caratterizzazione dei personaggi ci sia stato. Come popolo e come aspiranti sovrani d’Europa, i tedeschi del Trecento sono senz’altro molto diversi dai tedeschi del Novecento e del Duemila, tuttavia è sempre bizzarro notare come, a distanza di secoli, situazioni e fatti storici tornino a manifestarsi in forme somiglianti.

Per concludere, ecco il suo giudizio complessivo:

Molto, molto bello e scritto benissimo. Alcune cose non le ho capite, tipo la Ègia di cadéne o la strana piena del Serio, ma mi è piaciuto un sacco.
Wow!
Grazie delle tue parole, Tiziano. Mi riempie di felicità e di orgoglio il pensiero di averti restituito, in un’altra forma e un altro campo artistico, quel piacere della riscoperta che tante volte mi hai dato tu con le tue canzoni.

Fa niente se non capiamo proprio tutto: ci saranno altre occasioni, magari, altri libri. Dopo questa esperienza, sono ancora più convinto che sia possibile guardare il mondo con occhi colmi di meraviglia; anche il nostro mondo, piccolo e famigliare: basta avere in mente una nuova storia o una canzone che ci mostrino quei luoghi con maggiore profondità di campo. Perché è questo che noi facciamo, secondo me.

Un grande abbraccio, a Tiziano e a tutti i lettori che mi seguono.
Buona continuazione!

La ricerca storica 2 — Bergamo

Nel Trecento a Bergamo
c’erano circa 40 torri nobiliari
Per Milano e i Visconti della generazione 1325 il materiale di ricerca è stato abbondante (ne parlo in questo post). Contraddittorio, ingannevole e insidioso, ma quantomeno abbondante. Per il magister Jacopo de Apibus detto Crotto e Nera da Vertova (i personaggi dell’area bergamasca) il lavoro è stato più tortuoso e difficile.
Gli insediamenti romani di Bergamo (B.Belotti)
Primo e insostituibile testo di partenza è stata la versione aggiornata della Storia di Bergamo e dei Bergamaschi di Bortolo Belotti; molte delle informazioni generiche sulla situazione della città, sui personaggi in vista e sull’organizzazione in vicinie vengono da qui, così come gli spunti sull’Inquisizione bergamasca nel primo Trecento.
A partire da questo, grazie a Google Books ho potuto agevolmente consultare molti autori e testi menzionati da questa fonte storiografica – per brevità menziono soltanto le Memorie istoriche della città e chiesa di Bergamo del Ronchetti, l’Effemeride sagra e profana di Donato Calvi e un libello sulla vita di Alberico da Rosciate. Grazie alle lunghe sessioni di studio e ai prestiti interbibliotecari alla biblioteca di Sarnico e Ponte Nossa, ho poi messo le mani sull’utile libro (per quanto datato e non poco fazioso) delle biografie dei Vescovi di Bergamo, sui lavori di Andrea Zonca e su quelli di Maria Teresa Brolis, grazie ai quali ho potuto farmi un’idea sulla condizione femminile in quel periodo, sia dentro che fuori dall’ambito lavorativo.
Ho preso spunto dai processi ereticali di Gandino nel
primo Trecento per il filone inquisitorio del romanzo.
Per la documentazione sulle vicende di Nera sono state fondamentali anche le ricerche di Alma Poloni sull’area dell’Alta Val Seriana e l’esaustiva opera di Paolo Nobili sul paese di Vertova nel tardo Duecento. Informazioni più specifiche sui singoli paesi e le dinamiche fra di essi sono emersi consultando pubblicazioni di antropologia e storia dei paesi di Gandino, Clusone, Ponte Nossa, Parre e Angolo Terme, segnalatemi da gentilissimi eruditi locali come Sergio Castelletti, Renata Carissoni, Pietro Gelmi, Angelo Giorgi e altri ancora, che ho avuto il piacere e la fortuna di incontrare – a ovvia smentita, sono orgoglioso di sottolineare, di qualsiasi luogo comune circa la chiusura e il disinteresse per la cultura dei valligiani.
Parlando del laboratorio e dell’attività tintoria di Nera (che tanti lettori mi additano a “parti preferite” nel romanzo), i miei principali debiti documentari sono per una raccolta di saggi: Commercio nella Lombardia medievale, insieme a Medioevo simbolico e ai vari saggi del Mulino sull’abbigliamento, la cucina e il contado medievale. Anche qui, incalcolabile è stato l’apporto documentario di Google Books, con il quale è sufficiente inserire chiavi di ricerca come “Guado” e “medioevo” per ottenere una quantità pressoché infinita di materiale di approfondimento su qualunque campo (purché tali fonti si maneggino sempre con la dovuta accortezza). 
Il Donatus, l’antico libro di testo su cui Crotto
interroga i suoi alunni ne Le colpe dei padri
Online ho trovato una discreta quantità di materiale su Venturino de Apibus, ma molto meno su suo fratello Jacopo. Per ricostruire a grandi linee la biblioteca che i maestri della Scuola de Apibus dovevano avere a disposizione per il loro insegnamento, e per capire su quali letture il mio protagonista poteva aver costruito la sua formazione, mi sono affidato alla competenza del prof. Giuseppe Frasso, docente di Letteratura Italiana medievale all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, e le ho integrate con i saggi di storici anglosassoni sulla scuola e l’insegnamento in età comunale, rintracciati online (ad esempio questo), sia sulla celluloide dell’emeroteca della Biblioteca Sormani di Milano, oltre che naturalmente sui volumi della ricchissima biblioteca dell’Università Cattolica.
Targa marmorea presso la scomparsa
basilica di Sant’Alessandro
Ricostruire la fisionomia della città di Bergamo nel 1300 è stata un’impresa lunga, dolorosa e purtroppo non esente da imprecisioni. Due di esse sono emerse alcuni mesi fa dal confronto con la prof.ssa Maria Teresa Brolis (senza dubbio una delle maggiori conoscitrici del medioevo bergamasco, nonché autrice di alcuni dei saggi che avevo studiato) dopo la sua lettura de Le colpe dei padri. Imprecisioni tutto sommato modeste: nella mappa interna al romanzo, è errato l’orientamento della basilica di S. Alessandro (una chiesa che non esiste più da cinque secoli), e la mia descrizione di Porta S. Alessandro non è corretta. Sul resto della ricostruzione storica, tuttavia, la ricercatrice ed ex docente universitaria mi ha fatto i complimenti e non solo: nel passato settembre mi ha addirittura proposto un sodalizio per la scrittura del seguito delle Colpe. Questa offerta inaspettata mi ha insieme sorpreso, onorato e spronato a credere ancora maggiormente nel mio progetto di divulgazione storica attraverso romanzi d’avventura.
Citare la sitografia per intero sarebbe inutilmente lungo, ma oltre alle generiche piattaforme di ricerca come Google Books e Academia.edu, almeno due siti meritano una menzione diretta per l’importanza che hanno rivestito nel buon esito della mia ricerca. Il primo è stato il principale punto di riferimento sul piano linguistico, topologico e folkloristico per i capitoli di ambientazione bergamasca: il sito del Ducato di Piazza Pontida. Questa insigne organizzazione culturale orobica ha preso contatto con me alcuni mesi dopo la pubblicazione delle Colpe: oltre a dedicarmi un’elogiativa recensione, mi ha anche proposto una collaborazione con la sua testata storica, il Giopì, per scrivere articoli di approfondimento sul medioevo bergamasco. 
La seconda menzione d’onore è per Mille e una Bergamo, blog dedicato al passato e al presente di Bergamo, di una completezza, un’accessibilità e una qualità in cui raramente mi sono imbattuto altrove sul web. Da questo sito ho attinto spunti sia di ricerca che di immaginazione: ad esempio, la scelta di Borgo Canale come territorio dell’avventuriero notturno Scürfósk è scaturita dalla lettura di un articolo di itinerario turistico presente nel blog.
Ricostruire percorsi di ricerca durati un intero anno non è facile per me, soprattutto considerando la mia scarsissima memoria e la totale assenza, nel mio cammino di documentazione, di un piano ordinato o di una supervisione. In questo articolo ho a malapena sbocconcellato gli argomenti principali, tacendo innumerevoli fonti, saggi e contributi orali. Tuttavia, mi è sufficiente permettere al lettore di avere un’idea generale, uno scorcio bibliografico di ciò che ha nutrito Le colpe dei padri.
Per qualunque approfondimento o richiesta, sono a disposizione.
Buon proseguimento e buone letture!

Sul mio scaffale, la mensola dove raccolgo i testi di grande formato su Bergamo si è incurvata per il peso.

La ricerca storica 1 – Milano

Colonne di San Lorenzo. 

Il 19 febbraio 1326 Azzone Visconti costeggia questo splendido colonnato romano, di ritorno da alcuni mesi di scorrerie in terre guelfe (pag. 81 di Le colpe dei padri). All’epoca Porta Ticinese era in rovina e aveva una doppia arcata parallela, come le altre cinque Porte principali di Milano; solo tre anni più tardi lo stesso Azzone la farà ricostruire a nartece singolo per meglio difendersi da un nemico di terrificante potere (pag. 380)… ma non è il momento per parlare di quell’episodio.  
Voglio invece affrontare un argomento che sta molto a cuore agli amanti di Milano e in generale a coloro che si interessano della storia del Medioevo: la documentazione storica. Che tipo di ricerca è stato fatto per Le colpe dei padri? Quanto sono affidabili le informazioni sui luoghi, gli eventi e i personaggi che si ritrovano nel mio romanzo? Dove le ho pescate, notizie così lontane?
Questo libro marrone davanti alla basilica di San Lorenzo è il Chronicon di Pietro Azario, un notaio novarese vissuto nel XIV secolo che fu testimone oculare di alcune delle gesta di Azzone Visconti. Altri cronisti del Trecento furono il monaco milanese Galvano Fiamma, il fiorentino Giovanni Villani, il bergamasco Bartolomeo Ossa (la cui opera purtroppo non si è conservata, ma che fa una comparsa a pag. 31), l’Anonimo romano, Bonvesin de la Riva e un paio di altri. Fonti affidabili, dunque? Ahahah! No. Al contrario sono elogiatori spudorati, tendenziosi nel migliore dei casi, mescolatori di causalità e volontà divina come solo gli uomini del Medioevo sapevano essere. Ma a loro modo indispensabili: da loro ho attinto moltissime notizie su particolari concreti e minuti, l’ubicazione di una taverna, i presenti su un campo di battaglia, il prezzo dei beni acquistabili, la descrizione fisica dei personaggi e via dicendo. Altri frammenti li ho pescati dalla letteratura: sonetti, canzoni, romanzi, vite di uomini illustri e persino bolle papali.
Per farmi un’idea coerente dello svolgimento degli eventi, si sono rivelati un poco più affidabili gli storiografi delle epoche successive. Costoro, partendo dalla testimonianza dei cronisti che ho elencato sopra, integravano con documenti d’archivio, testamenti, statuti cittadini e carte notarili. Bernardino Corio, Ludovico Antonio Muratori, il conte Alfonso Giulini e i redattori delle Cronache Bolognesi sono coloro che più mi hanno aiutato in questa categoria. Nel caso qualcuno fosse interessato, ad eccezione del Fiamma e dell’Azario gli autori e le opere che sto nominando si possono leggere gratuitamente su Google Books.
Poi si arriva ai giorni nostri, quando la storiografia diventa una disciplina affidabile e i campanilismi si fanno rarefatti fino a scomparire (quasi); la prospettiva storica dà a ogni cosa la sua giusta misura. Nella fotografia ci sono quindici libri da cui ho attinto informazioni. Non sono tutti quelli che possiedo, eh: solo quelli che ci stavano nello zaino. Il Medioevo occupa quasi tre mensole della mia libreria Billy, in tutto circa sessanta libri. E quelli che ho fotocopiato e preso in prestito dalle biblioteche e dagli studiosi che mi hanno consigliato… sono parecchi di più!

Va detto che il Medioevo mi affascinava fin da piccolo, quindi immergermi in questa gigantesca massa di informazioni non è stato affatto pesante. Anzi, a dirla tutta è stato quasi… inebriante. Prima di pensare ai personaggi e alle loro azioni volevo scoprire ogni aspetto della vita di quel periodo lontano, dalle spezie che i ricchi mettevano nei cibi ai meccanismi delle ruote idrauliche, dal costo della vita di un contadino ai processi di metallurgia e architettura, dall’arte orafa alla profilassi superstiziosa. Nel corso dei mesi, la Lombardia del 1325 ha preso vita nella mia mente al punto che quando facevo ipotesi su un punto cieco della documentazione, e più avanti trovavo un testo che vi gettava luce (è successo decine di volte), scoprivo che indovinavo sempre più spesso; dopo quasi un anno di ricerche ero pronto per rimboccarmi le maniche e cominciare a scrivere. E ho dovuto faticare per obbligarmi: come i miei amici archivisti mi hanno confermato, quando ci si focalizza su una ricerca in modo così approfondito, studiare diventa quasi una droga! In definitiva, solo tra libri e riviste credo di aver consultato circa trecento pubblicazioni, a cui si devono aggiungere per completezza mostre, musei e seminari. Con tutto ciò, sia chiaro, non ho la pretesa di essere un medievista o di aver fatto un lavoro immune da errori; però posso garantire ai lettori un grado di accuratezza  più che dignitosa, adeguata a destare l’impressione di essere immersi in un’altra epoca e in un’altra mentalità:  penso di esserci riuscito ed è tutto ciò che mi interessa!

Riguardo al personaggio di Azzone Visconti e agli eventi che lo portarono al trono di Milano, tutt’oggi mi domando come mai nessuno scrittore gli abbia mai dedicato un romanzo. Le sue vicende personali non sono solo emblematiche di un’epoca: sono uniche. La sua gentilezza d’animo unita alla sua astuzia e alle sue bizzarrie ne fanno un protagonista moderno, complesso e affascinante. Spero di essere riuscito a rendere queste sue caratteristiche e a fargli giustizia! 


Un’ultima nota storica: prima ho accennato all’assedio di Milano nel 1329, di cui Porta Ticinese fu uno dei bersagli principali. Immagino che, spoiler a parte, siate curiosi di sapere com’è andato a finire.

Quello nelle fotografie è il santuario che si incontra subito fuori fuori dall’antica porta medievale. Non fatevi ingannare dall’esterno pesantemente rimaneggiato: la struttura esisteva già ai tempi dell’assedio. All’epoca era un convento femminile, alcune fonti lo riportano come Santa Maria delle Signore Bianche. Fu rinominato con il nome attuale poco dopo la fine di quell’assedio: lo sanno in pochissimi, ma se oggi sul frontone leggete B. Virgini Mariae a Victoria, il merito è di Azzone Visconti.

Grazie di essere passati e ci vediamo presto!